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PREFAZIONE DI PAOLA SANTAMARIA

Pubblicato il 02/08,2008

Dario Mannari con la sua silloge “Fuori da dentro” crea una raccolta poetica di ampio respiro. Ne emerge un autore fortemente calato nella realtà in cui vive, che scrive partendo non soltanto da un suo monito interiore, ma da un’acuta osservazione dei vari aspetti della vita quotidiana. Racconta e ci fa vivere a pieno e senza pudori il suo mondo, le sue avventure, le sue emozioni. Si serve di parole forti con la stessa facilità con cui, poi, si avvale di termini più tenui e delicati. Crea, con la mano delicata di un pittore, quadri rabbiosi e, nello stesso tempo, soffusi dipinti in un tempo indefinito.Partendo da una riflessione sul suo paese, arriva, poi, ad un’analisi sempre più ampia della società odierna. L’orizzonte è un chiaroscuro Mentre la luna paziente percorre il suo carruggioA sinistra il solito ambiente confusionarioA destra gli animali s’intrufolano nel loro lotoSiamo in alto quiQuasi fuori dal mondo.Vento costante,nastro trasportatoredi pensieri anarchici,in menti intrise di alcol (Castellina) È il luogo in cui vive, il suo piccolo mondo. In pochi versi riesce a tratteggiarne una panoramica completa. Apre con due romantici versi che c’introducono alla bellezza del posto. Ci fanno percepire la tranquilla atmosfera serale di un ambiente rurale, lontano dai rumori cittadini, dove l’orizzonte è inghiottito dai palazzi e la luna, spesso, non si riesce neanche a scorgere.Dopo aver dispiegato lo sfondo, l’autore ci introduce, conducendoci per mano, nel vero e proprio ambiente, rendendoci protagonisti. Possiamo nitidamente vedere intorno a noi, gli animali, così come le persone. Ed allora un commento preciso, diretto al lettore: “Siamo in alto qui / Quasi fuori dal mondo”. La percezione che abbiamo avuto già dai primi versi è concreta adesso. È un luogo silenzioso, surreale, mistico. Accompagnato da un vento costante, un vento che porta anarchici pensieri… Quali saranno questi pensieri… e perché le menti sono così intrise di alcol… Mannari non lo specifica… Lascia aperta la suggestione, lascia che sia il lettore a continuare con la sua mente questa visione delicatissima, lascia che il lettore sia ancora trasportato sulle ali della leggera brezza, circondato da un sole al tramonto… Vuole che l’emozione lieve, ma intensa, che si è creata vada oltre i versi, continui anche dopo che si è finito di leggere… Un delicato filo sottile sospeso in un cielo al tramonto, illuminato da una pallida luna e tenuto in equilibrio da un vento costante, ma non invadente… Se nel descrivere il suo paese Mannari usa dei toni così soavi e delicati, non si può dire lo stesso quando il suo pensiero si allarga all’intera nazione:  Camera a gasDi percorsi tumefattiDall’ipocrisia costituita Orribili servigiNon provengo dal cuorePene del dittatore […] (Italia) L’incipit è duro, durissimo, improvviso. Il titolo è semplice, essenziale, Italia, e non dà modo di presagire subito un’accusa così feroce. “Camera a gas”, un posto dal quale non si può fuggire, e che, tuttavia, soffoca, soffoca lentamente, esalando vapori nocivi per l’essere umano, per noi, esseri umani che viviamo e siamo costretti a respirare ciò che ci fa male e ciò che non vogliamo. Non riusciamo a scappare o, forse, non possiamo, assistiamo impietriti all’ipocrisia che ci circonda, lei stessa creatrice di quest’aria irrespirabile. Assistiamo a cose orribili senza riuscire a fermarle.Ed ancora:  […] Una ragnatela di percorsi obbligati,di percorsi paralleli,coppie di orsi riso sorrisosotto occhi appannatipenati dal cuore (Italia) Non c’è via d’uscita, la strada è già segnata, è una strada contorta, e, per di più, è uguale per tutti. È una strada senza speranza, tracciata da chi muove i fili ed è fuori da tutto ciò, è fuori dalla sopravvivenza quotidiana, ma è causa di essa. Sono parole forti, tristi, quelle scritte da Mannari che evidenziano una tristezza profonda, ma anche una speranza che questa tristezza diventi reazione, che si riesca a comprendere la strategia del ragno e sconfiggerla, liberandosi da tutti i fili esistenti. La rabbia per l’ingiustizia della società è una caratteristica che cresce nell’arco del lavoro dell’autore e trova il suo culmine nella poesia finale, epilogo di questo percorso sociale.Come aveva già fatto per le due poesie analizzate precedentemente, anche nell’epilogo l’autore utilizza un titolo composto da un’unica parola, laddove in altre occasioni non si esime dall’utilizzare titoli anche molto complessi. I luoghi parlano da soli, non c’è bisogno di circondarli di inutili orpelli. Sai solo apparireCon il tuo voler dimostrareTi ha applaudito il mondoEd ha sperato nel tuo ritorno […] Per la libertàChe mai esisterà,Sventola la fiaccola, statua scolpitaSperanza, che tu sia la sola a rimanere in vitaUn’arma chiunque porta in compagniaMigliaia di poveri arrancano nella via […] Sguardo nel vuoto e sono persoUno se ne va e l’altro è elettoE noi… noi continueremo a versare Delle lacrime per i giustiziati al di là del mare (America) Non importa cosa pensiamo o facciamo noi, l’ingiustizia continua sotto scroscianti applausi. Noi possiamo soltanto piangere e piangere, sperando che le nostre lacrime non vadano disperse nel mare…                                                                                                                        Paola Santamaria


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