Giacomo Costa
“Fuori da dentro”: le poesie di Dario
Ho letto la raccolta, e oso dire – anche se sono un economista e non un letterato- che Dario vi si rivela un poeta vero. Alcune delle sue poesie, mi sono proprio piaciute. Altre, forse la maggior parte, non le ho capite del tutto. Ma questa, senza dubbio, è colpa della mia scarsa fantasia, della mia incapacità di seguirlo nelle sue acrobazie di immagini, concetti, sentimenti. Ogni vero poeta ci fa sentire un po’ ossificati ma, al contempo, ci de-ossifica un po’…
Per dirla tutta, due sono i gruppi di poesie che sono ancora in grado di apprezzare:
1) le poesie imparate a memoria a scuola, con meno (alle elementari) o più (alle medie, soprattutto superiori) fatica e intima resistenza. Allora, erano solo un onere incomprensibile e ingiusto. Ora, sono parte del mio piccolo patrimonio linguistico, del mio repertorio categoriale; della mia grammatica esistenziale. Come del resto mostrerò in ciò che segue;
2) le liriche (i testi) delle canzoni. Io penso che sia in definitiva attraverso le canzoni che la maggior parte di noi resta in contatto con qualche espressione poetica moderna.
Ora la cosa che mi ha colpito è che alcune delle poesie di Dario paiono gridare forte la loro disponibilità, il loro bisogno, di essere messe in musica. Penso ad esempio a Condizione, sicuramente una delle più caratteristiche e accessibili (ed entusiasmanti). Non potrebbe essere una canzone di Paolo Conte? Anche lui poeta autentico, e per di più riconosciuto come tale addirittura dal conferimento del Premio Montale. Del resto anche la produzione di Dario non è priva di apprezzamento critico. Dopo aver letto la sua raccolta (non prima) sono andato, cercando lumi, a leggermi le brevi Prefazione e Introduzione. Entrambi gli autori, Paola Santamaria e Alessandro Scarpellini, si rivelano critici perspicaci e simpatetici, e mi hanno aiutato nel lavoro di approfondimento che richiede la comprensione di qualsiasi opera poetica. Qui non voglio certo emularli proponendo una disamina critica di alcune poesie (magari quelle su cui mi senta più sicuro): Vorrei piuttosto fare un paio di considerazioni sul rapporto tra il poeta e la sua produzione. A chi lo conosce forse solo superficialmente, come me, Dario sembra un giovane equanime, affabile, e pacifico. Non così, certamente, la sua poesia, nella quale si esprime l’estrema auto-conflittualità dell’uomo Dario, se vogliamo, dell’animale non addomesticato (e forse non addomesticabile) Dario: incontrovertibilmente (auto-) controvertente. Come non pensare alle “eterne risse, che tu né sai né puoi lenir” di Davanti a S. Guido (non molto lontano di qui…) che tutti ai miei tempi mandavano a memoria? Compiango chi non abbia ritenuto questa bellissima poesia del Carducci, o L’Aquilone di Giovanni Pascoli, o A Silvia di Giacomo Leopardi. Sono queste poesie, a mio avviso, che ci fanno italiani. Per me la patria è l’intessersi di poesie, canzoni, pitture, statue, paesaggi, emozioni condivise proprio perché disponiamo di un grande fondo artistico comune. E’ certo mortificante che tanta gente creda in un demagogo da strapazzo come Berlusconi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, orrore! secolo dopo secolo. Ma questo mi fa sentire più, non meno impegnato verso l’Italia. Una patria può anche essere una micidiale palla al piede, ma dei doveri di appartenenza che da essa scaturiscono non possiamo fare a meno. Naturalmente, c’è la grande patria, l’Italia, nei confronti della quale Dario in Italia manifesta la sua amarezza, delusione, e disgusto, e c’è la piccola patria, Castellina, che vede quasi come un rifugio edenico. E a dire la verità, quando, tornando dal paese con la spesa, mi inerpico sulla via Solferino, ed entro, per così dire, nel cielo azzurro, i cui toni celesti sono arricchiti dal continuo movimento delle nuvole, mi chiedo anch’io se venendo qui non abbia messo un piede in Paradiso. E i castellinesi, saranno angeli? A guardare la bellezza di parecchie fanciulle, verrebbe da crederlo… Ma forse si tratta di illusioni pericolose. Si può anche passare all’estremo opposto, e credere che ad esempio Kirschberg, il piccolo paese in provincia di Graz, ai piedi delle Alpi austriache, dove il filosofo Ludwig Wittgenstein insegnava come maestro elementare, fosse un nido di serpi. Un giorno lo scrisse al suo maestro e amico, l’inglese Bertrand Russell. “Caro Wittgenstein”, gli rispose a giro di posta Bertrand, “dovunque gli uomini sono malvagi”. E Ludwig, che non era particolarmente dotato di senso dell’umorismo, ebbe la dabbenaggine di rispondere “Ma qui di più”.